Il bon ton alla SPA: come non fare la figura del burino in cinque punti.

Ho avuto di recente la malaugurata idea di recarmi alla SPA di Domenica mattina, ovvero il momento in cui in assoluto c’è più gente che il pomeriggio allo stadio; ho quindi potuto assistere a scene raccapriccianti che, nell’intento educativo e moralizzatore di questo blog, voglio mettere alla berlina dando altresì suggerimenti per evitare di fare la figura del/la bifolco/a.

  1. Il costume da bagno: quale NON indossare. Per lei: il tanga o simili non sono adeguati, nessuno ha voglia di poggiare il proprio deretano laddove tu, cara amica, hai appoggiato le tue chiappe nude; se indosserai un costume intero per un mezzo pomeriggio, non morirà nessuno e stai pur serena che il tuo fisico scolpito da ore di pilates si noterà lo stesso. Per lui: tassativo NO agli slip, nessuno ci tiene ad identificare la portata dei vostri gioielli di famiglia, tale capo di abbigliamento è strettamente riservato al nuoto, ai tuffi agonistici e basta. Risparmiateci vedute raccapriccianti in speedo. Sentitamente le donne ringraziano.
  2. Volume. Alla SPA si parla, se proprio si deve, solo a voce bassa. Se ci andate in gruppo, fate il favore di non disturbare il prossimo vostro e di mantenere il tono della voce al minimo udibile: la gente va alla spa a godersi un po’ di pace e di quiete e non a tollerare cafoni da bar.
  3. Le effusioni. Nessuno si sconvolge per un rapido bacio sulle labbra ma lanciarvi e/o anche solo sedervi uno sopra all’altro nella piscina idromassaggi abbracciandovi, baciandovi e palpeggiandovi a noi, diciamolo, fa un po’ schifo. Un minimo di contegno, diamine! certe cose fatele nella riservatezza della vasca da bagno di casa vostra, dove non siamo costretti a condividere la medesima acqua l’acqua e il medesimo spazio.
  4. Siete all’interno di una sauna: che bisogno avete del cellulare? ma, soprattutto, che bisogno avete di far sapeve quanto caldo fa a tutti i presenti? se non sapete cosa sia una sauna: informatevi prima.
  5. Buffet. Se la SPA vi offre un buffet è buona norma non lanciarvici con la grazia di un Unno appena arrivato dalla steppa. Sicuramente non morirete se non riuscirete ad addentare il quindicesimo pezzo di cioccolato fondente.

La morte ti fa bella (Death Becomes Her)*

L’argomento è tabù, non se ne parla tra comari, si evita volentieri e lo si archivia il più rapidamente possibile. Cosa è? Il colloquio con le pompe funebri. Se fare il becchino è ancora uno dei lavori più – ehm – imbarazzanti al mondo c’è qualcuno che, munito di italica inventiva, sta sbaragliando la concorrenza puntando tutto su una cosa: la strategia di comunicazione.

I miei recenti eroi della premiata ditta (di pompe funebri ) Taffo meritano il Nobel per la Strategia di Comunicazione più innovativa del secolo, o, almeno il servizio su un TG in prima serata. Questi necrofori romani hanno saputo usare usare l’ironia per comunicare l’inevitabile fine di ciascuno di noi. Andando indietro nelle loro campagne mi compiaccio di notare che non he hanno sbagliata una (e contano 43.000 followers su FB, voglio dire…).

Qui di seguito una breve carrellata delle migliori.

Per gli amanti di del fai-da-te IKEA

 Per i patiti del design

Educativa
Politicamente impegnata.

Quando l’umorismo è un’arte.

Dove non ho mai abitato*

Metti che un tuo amico faccia lo sceneggiatore. Metti che una delle tue attrici preferite sia la protagonista di un suo film. Risultato: anche se non ti reggi in piedi per la stanchezza accumulata negli ultimi mesi di frenetici e molteplici cambiamenti di vita, ti organizzi e vai – finalmente! – al cinema.

«Dove non ho mai abitato», film del regista Paolo Franchi, è nelle sale in questi giorni, tuttavia non ho intenzione di parlare della trama o dei suoi attori (Emmanuelle Devos è sempre all’altezza dei ruoli, mai una sbavatura, nemmeno quando recita in una lingua non sua) piuttosto del macro-tema del non luogo, protagonista del film unitamente alla storia che mette in scena.

Case abitate ma non vissute, spazi perfetti ma algidi sono stati per lungo tempo una componente della mia vita ed ogni volta che mi accorgo che qualcun altro vede, percepisce questa dimensione destabilizzante, mi colpisce e, un po’, mi sento scoperta. Sarà forse a causa di questa dimensione conflittuale che ho con lo spazio che mi circonda, oscillante tra accumulo ipertrofico d’oggetti e necessità di uno spazio vuoto, che tutte le case dove ho abitato sono anche state un po’ dis-abitate, dis-attese nella loro dimensione di casa, ovvero luogo dell’accoglienza dell’Io ma anche dell’Altro.

Il film è stato quindi occasione per riprendere in mano le fila del discorso rispetto a questa mia ambivalenza e, solo per questo, sono grata a sceneggiatore, attrice protagonista (in cui mi sono anche un po’ immedesimata) e regista.

Frase top del film: «È da meno di un mese che sei qui e se ne è già andata via quella patina da borghese frustrata che hai addosso».

Cosmesi? anyone?

Lo confesso, non mi sono mai appassionata alle ultime novità della cosmesi per tre fondamentali ragioni:

1 . sono pigra;

2. detesto entrare in profumeria (Sephora per me è l’equivalente dell’inferno in terra);

3. perché diventare matta quando posso trovare (quasi) tutto al supermercato? acquistare l’ultimo ritrovato e presto dimenticarlo sulla mensola del bagno (la mia migliore amica, patita di cosmesi, ha un attacco epilettico ogni volta che glielo ripeto).

Ecco, è arrivato quel momento nella vita in cui, a causa di troppi viaggi in aereo, la mia pelle ha iniziato a segnalare che stava male nella forma di profonde e – mai esistite prima – rughe su fronte e viso.

Personalmente ho sempre trovato le rughe affascinanti ma quelle che mi sono comparse parevano frustate di vendetta e non il frutto del naturale invecchiamento della pelle. Così ho chiesto alla mia estetista qualche prodotto, in forma di campione, per iniziare e mi sono auto imposta di applicare la crema viso almeno la mattina. Il mese successivo ho giurato all’amica del cuore che l’avrei applicata anche la sera. Il terzo mese ho aggiunto alla routine anche il contorno occhi la mattina, il quarto anche alla sera. So che la routine deve ancora essere ottimizzata ma non sarei arrivata a questo punto se la mia estetista non mi avesse consigliato il prodotto giusto per la mia pelle. Lei sa che detesto sentirmi “unta” e se mi fossi sentita così avrei abbandonato tutto.

Avevo adocchiato questo brand in uno delle boutique che preferisco ad Hong Kong [KAPOK] il cui gentilissimo commesso mi aveva dato qualche campione ma, pensavo, fosse un prodotto giapponese. Sbagliato, il prodotto scoperto in Cina è italiano. Che sorpresa quando Melissa – l’estetista – ha estratto dal suo armadio delle meraviglie proprio [Comfort Zone]!

Posti carini che ho visitato

Ultimamente sono più stanziale del solito ma non perdo l’occasione di curiosare qua e là scovando posticini davvero deliziosi e manifestazioni o eventi altrettanto degni di nota.

L’ultimo che ha carpito la mia attenzione si trova a Milano dove a Palazzo Morando – che si colloca nel centro centrissimo della Milano più fashion – grazie all’iniziativa di Elle Décor, gli spazi del chiostro di questo splendido esempio di architettura settecentesca si sono aperti alla città con un Open Bar allestito impiegando tra il meglio che il design italiano ha da offrire, in un contesto maestoso eppur discreto.

Chiude oggi, ahimè!

Chi c’era

Viabizzuno sa sempre come stupire con le sue installazioni luminose.
Il cortile con Open Bar by Citterio e Patricia Viel.