Dove non ho mai abitato*

Metti che un tuo amico faccia lo sceneggiatore. Metti che una delle tue attrici preferite sia la protagonista di un suo film. Risultato: anche se non ti reggi in piedi per la stanchezza accumulata negli ultimi mesi di frenetici e molteplici cambiamenti di vita, ti organizzi e vai – finalmente! – al cinema.

«Dove non ho mai abitato», film del regista Paolo Franchi, è nelle sale in questi giorni, tuttavia non ho intenzione di parlare della trama o dei suoi attori (Emmanuelle Devos è sempre all’altezza dei ruoli, mai una sbavatura, nemmeno quando recita in una lingua non sua) piuttosto del macro-tema del non luogo, protagonista del film unitamente alla storia che mette in scena.

Case abitate ma non vissute, spazi perfetti ma algidi sono stati per lungo tempo una componente della mia vita ed ogni volta che mi accorgo che qualcun altro vede, percepisce questa dimensione destabilizzante, mi colpisce e, un po’, mi sento scoperta. Sarà forse a causa di questa dimensione conflittuale che ho con lo spazio che mi circonda, oscillante tra accumulo ipertrofico d’oggetti e necessità di uno spazio vuoto, che tutte le case dove ho abitato sono anche state un po’ dis-abitate, dis-attese nella loro dimensione di casa, ovvero luogo dell’accoglienza dell’Io ma anche dell’Altro.

Il film è stato quindi occasione per riprendere in mano le fila del discorso rispetto a questa mia ambivalenza e, solo per questo, sono grata a sceneggiatore, attrice protagonista (in cui mi sono anche un po’ immedesimata) e regista.

Frase top del film: «È da meno di un mese che sei qui e se ne è già andata via quella patina da borghese frustrata che hai addosso».

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