The first one

So, this is the very first post in English.

To all my worldwide English-speaker friends, please, be kind with me for all the mistakes I’m going to do.  Despite my love for studiyng, reading, listening and so on there are still things that I’m unable to use correctly. But you all, out there, point out every single oversight, misunderstanding, incorrect pun I may make.  I have to confess that I learned English, well, American English (yes, there are big differences between UK and US English, let’s be honest) only when I moved to New York; till then I was an happy “just”-French-speaker.  It took me a little while before being able to actually speak, about six months, during that interregnum I’ve been blushing every single time a clerk was asking if needed something or a waiter if I wanted more coffee, stuttering every single word.  But at the end that moment, THAT moment arrived:  when the words came out of my mouth without thinking, automatically and it was magic. I was going up and down Manhattan trying to find fences – yes, fences – for my very wild and smashed backyard but apparently the so-called very helpful customer care desk at Home Depot were all trying to drive me crazy, sending me here and there by chance. So after my third stop at the Third Avenue store, when the clerk assured me that in that particular branch in Queens (!!!) there were actually fences available out of season (then I learned that fences are actually a seasonal product!) I suspiciously looked at the man and abruptly asked:”For sure or for maybe?”  I know, I know it’s not a very memorable scene but at the time it looked like I had achieved the top of the understanding-and-speaking-right-away slippery and tricky hill.  And that was my first achievement.  After a bit of time I was sure that my mastering a third language had improved when I was able to deal with customer care (of any kind) by phone.  But that’s another story.

Please, don’t go

 

Proprio nei giorni in cui tutto sembra che ti cada addosso, proprio quando hai perso il conto delle cose che devi fare-sbrigare-ricordare-ricordargli capita un evento fuori contesto, qualcosa che sbalestra il tuo rodato self absorbed bioritmo post-moderno. Un’amica che parte. Se ne va. O, meglio, torna a casa. Ma quando casa corrisponde con San Francisco, il fatto che ella scompaia dal tuo quotidiano ha qualcosa di inaccettabile. Come un lutto. Ancora non mi capacito di come such an American girl sia sopravvissuta a Milano per quasi tre lustri e di come sia inesorabilmente ancora innamorata dell’Italia. Oppure sì, forse perché capisco  – avendo vissuto molto all’estero – mi sono chiari i motivi che all’improvviso possano aver preso il sopravvento. Così, ex abrupto. Solo, ad un certo punto, il quadro nel quale sei in prestito, che adori, che ammiri, non è più sufficiente. Hai necessità di tornare nel quadro a cui appartieni. Sapere tuttavia di non avere più un pezzo della “mia” America qua vicino, mi fa sentire ancora più lost in translation di quanto già non mi senta. Recentemente Hilary – che è una Scrittrice Pubblicata (categoria di cui mi occuperò ad un certo punto) – ha scritto un simpatico post nel quale descrive le cose che le mancheranno di più, enumerando fra queste un dentifricio. Curioso. Un’altra amica, che vive in un lussuoso appartamento in Tribeca (NYC), mi ha spesso incaricato di spedirgliene di vagonate della stessa marca. Lei sa benissimo che potrebbe trovarlo da Bigelow*** ma preferisce riceverlo direttamente da casa mia. La capisco, io continuo a chiedere di ricevere peanut butter cups di una celebre marca di dolciumi industriali (Hershey’s) ad una povera amica costretta a spedizioni improbabili, è un po’ come se a noi chiedessero di spedire in Australia dei cioccolatini Kinder. Per capire il livello di profondo sconforto emozionale che un trasloco intercontinentale è in grado di provocare. Anche oggi, anche nell’epoca del 2.0, nei giorni in cui tutto sembra facile – se sei un turista – il trasferimento in un altro paese è ancora un’impresa. Sei in un altro paese. Non sei nel tuo paese. Tutto è diverso e non necessariamente friendly. È anche tutto nuovo ed esaltante e questo, per un po’, serve da anestetico contro i sicuri disagi ai quali andrai incontro; tuttavia, da che ti alzi al mattino a che ti corichi la sera, sei sola con te stessa in un altro universo, sotto un altro cielo. E questo, solo chi l’ha vissuto lo può capire. Così, ad un certo momento, out of the blue, ti coglie il sacro fuoco del rientro (no, a me non è capitato questo, NdR) e non gli puoi resistere, è come se ti mancasse l’aria, come se tutto ciò che ti circonda perdesse senso. Peccato che lei è parte di quel circondario che mi circonda(va) e saperla lontana mi rattrista.

So, HBW please, come back.

M*

*** lussuosa profumeria nel West Village di New York, celebre per la qualità dei prodotti in vendita e rinomata per l’offerta di prodotti, al punto da diventare modo di dire: “WHEN YOU CAN’T FIND IT ANYWHERE ELSE… CALL BIGELOW”

 

Incipit

 

Killing Snobbery. Che nome è mai questo? Vi chiederete. Noi due, le Autrici,

abbiamo deciso di intraprendere una battaglia personale contro tutto ciò che è di cattivo gusto, volgare, ipocrita, pacchiano: snob appunto, cioè sine nobilitate. No, non siamo nobili, se è questo che vi state chiedendo, come se solo i ranghi di sangue blu potessero occuparsi di tale argomento. Siamo due borghesi – sì, lo ammettiamo con una punta d’orgoglio –  folgorate dalla frase di Dostojewski: la bellezza salverà il mondo. In una novella società italica che non conosce il sentimento della vergogna, siamo convinte che i buoni modi, l’educazione, il rispetto e la nobiltà d’animo siano ingredienti fondamentali nella costruzione di una società più bella. La nostra è una rivolta reazionaria dunque, armate di bon ton vinceremo la guerra contro il modello imperante: il burino arrogante fieramente ignorante.

Siamo due anarchiche della mediocrità.

KillingSnobbery Manifesto

 

Ci si potrebbe chiedere perché due giovini di belle speranze decidano di aprire un blog.

Non ce n’è forse in abbondanza — là fuori — nel mondo virtuale della rete?

La risposta è che sì, di blog ce ne sono fin troppi ma nessuno e – ripetiamo – nessuno è o sarà mai come questo:

irriverente, ironico, auto-ironico, bon ton ma non troppo.

Intanto a scriverlo siamo noi, Cenerentole del 2012, maritate a Principi Azzurri che somigliano sempre  più all’Olandese Volante.

Siamo come il diavolo e l’acqua santa, con ruoli allegramente intercambiabili a seconda dell’umore.

Una di noi con prole, l’altra felicemente sprovvista di progenie; belle fuori e dentro; l’una con la valigia sempre pronta  in vista dell’ennesimo trasloco, l’altra freneticamente in bilico fra la Milano-da-bere e la sopravvivenza domestica.

Entrambe con famiglie allargate popolate da fauna e flora, muschi e licheni, non sempre piacevoli.

Entrambe francesi dentro e biondo-rosse fuori.

Entrambe innamorate della scrittura, delle belle cose e delle buone maniere riviste e corrette in chiave 2.0, ma ancor più della conoscenza e di tutto ciò che è fermento culturale.

Ci accomuna il pensiero fuori dagli schemi ma detestiamo i refusi. Abbiamo un debole per Marni e amiamo incondizionatamente le edizioni Adelphi.

Naturalmente abbiamo aperto questo blog nella speranza che la signora Consuelo diventi nostra fan e che l’Editore ci metta in catalogo.

La frequenza dei nostri post? Giornaliera ovviamente! A volte in inglese, affinché i nostri amici sparsi sull’orbe terracqueo non si perdano il piacere di leggerci. Ospiteremo, in una sezione dedicata del blog, amici scrittori, amici direttori creativi, amici sensibili, amici sopra le righe e cervelli variamente in fuga, con un occhio di riguardo alle amiche.

Saremo politicamente scorrettissime e se offenderemo la sensibilità di qualcuno, beh, è il bello del blog bellezza!

© Poland Pavillion at the Venice Biennale 2010